Alemanno, il carcere e l’occasione mancata di una destra più umana
La denuncia della violenza carceraria aveva aperto uno spazio di verità e compassione politica; l’approdo a Vannacci lo richiude nel rancore identitario.

ANSA
Durante la sua detenzione ho avuto uno scambio di messaggi pubblici con Gianni Alemanno; breve ma intenso. Per quale motivo? Perché conosco Alemanno da tantissimi anni, durante i quali siamo stati acerrimi avversari politici. Tuttavia, ho avuto l’impressione, fin dall’inizio, di una pena detentiva spropositata rispetto ai reati a lui contestati.
Alemanno, comunque, non è un ladro o un affarista è un “totus politicus”. Impegnato con passione e una certa coerenza, nell’azione e nella lotta, mai dismesse nel corso della vita. E nella lotta, almeno con me, si è dimostrato spigoloso e senza indulgenze, ma leale rispetto agli accordi reciprocamente stabiliti. Forse, neanche tutto ciò è la ragione determinante per allacciare un dialogo, nel mentre si trovava detenuto e in una condizione di isolamento.
È stato qualcos’altro. La sua presa di coscienza della terribile condizione del carcere. Di quella sospensione della vita, che rende il detenuto nudo, esposto, senza diritti; oggetto da disciplinare con regole spesso arbitrarie, giudicato dai più con malevolenza e sospetto. A questa già triste condizione, che prevede solo raramente una redenzione, si aggiungono elementi “di tortura”, che un paese democratico dovrebbe eliminare.
Le celle sovraffollate, il caldo insopportabile, la mancanza di privacy nell’espletare i propri bisogni, i topi, le blatte, la qualità del cibo, le mura scrostate e l'igiene sommaria. Questo davvero lo ritengo insopportabile. Suscita in me quella rabbia che fin dall'adolescenza mi ha portato a militare con i Comunisti Italiani. La scintilla di passione e di cambiamento, di fronte alla sproporzione di forza tra chi sta sopra e chi deve subire, perché sta sotto.
Nella storia, nonostante le tragedie e gli orrori del comunismo realizzato, l’idea comunista aveva in sé questa spinta alla liberazione; portare i subalterni al comando e al governo della società. Riscattare se stessi, per riscattare l’insieme dell’umanità. Ogni volta che dal basso giunge una evocazione di libertà e di desiderio di una vita più autentica e giusta, ritrovo in me, sempre, l’irresistibile desiderio di combattere, di fare qualcosa. Oggi data l’età, più con il pensiero, piuttosto che con l’azione.
Sarà pure vero che da qualche decennio è meno centrale la lotta di classe, tra operai e padroni. Eppure le contraddizioni si sono estese oltre i confini difficili immaginabili. Prevale l’egemonia di chi vuole la maggior parte dei cittadini obbedienti consumatori, o peggio scarto, esubero, numero di una fredda statistica. È un mondo senza empatia, dove la priorità è il freddo calcolo quantitativo, che per sua natura non vede la sofferenza.
So che Alemanno non ragiona così. So anche che lui ha potuto parlare e altri, quelli anonimi, hanno il silenzio come destino. Però so anche che Alemanno, ha voluto pronunciare la sua denuncia. È stato utile. Ha smosso qualcosa.
Appena liberato ha scelto di andare con Vannacci. Un esito che rattrista: la congiunzione con una esultante identità, nevrotica, escludente; un’idea di perfezione, di “normalità” ossessiva che teme ogni rilievo di diversità. Eppure la diversità è la vita. La debolezza è forza. La propria “ombra” va accettata. La malattia è coscienza del proprio limite ed è speranza di guarigione. Vannacci ha l’occhio vitreo e la parola sicura, che reprimono il bollore dei suoi vuoti e delle sue incertezze, sbavando dalla pentola in pressione, l’odio per gli altri; che non è altro che l’odio per se stesso, rimosso e nascosto dietro la maschera di un vigliacco.
Non credo che Alemanno, pur essendo la sua una storia di estrema destra, si trovi a suo agio in tale impasto. Speravo (forse spero ancora) che dopo il carcere potesse essere qualcosa di meglio.
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