Adolescenti in Mostra. A Venezia, La città dei vivi e 15/18, due film che raccontano l’età più fragile e cruciale
Da La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini a 15/18 A Place to Heal di Cédric Kahn, Venezia racconta fragilità, solitudini e desiderio di salvezza di una generazione sospesa sulla soglia dell’età adulta.

ANSA
Tre bambini di pochi mesi, in braccio a tre infermiere, osservano curiosi una coppia che dovrà decidere chi sarà loro figlio. Bastano pochi secondi, uno sguardo. Una sensazione, e i due quasi genitori, senza esitazioni, prendono in braccio il neonato che, in uno slancio di sentimento, sembrano aver “riconosciuto”, più che scelto. L’occhio della macchina da presa segue il primo abbraccio di questa nuova famiglia, ma richiamata dal pianto disperato degli altri due bambini, ritorna per qualche istante sui due rimasti. mostrandoceli di nuovo isolati nel loro box, con il volto rigato di lacrime.
Inizia così, con questa scena commovente e allo stesso tempo disagevole La città dei vivi, il nuovo film di Edoardo Gabbriellini, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti. Un incipit che pare già essere una dichiarazione di intenti. Il film trae infatti libera ispirazione dall’omonimo libro di Nicola Lagioa (che è anche autore del soggetto), per prenderne subito le distanze: l’efferato omicidio di Luca Varani, avvenuto nel 2016, viene raccontato dallo scrittore pugliese attraverso un corposo apparato di documentazione e atti giudiziari che mettono al centro tutti e tre personaggi coinvolti nella vicenda, ripercorrendo il prima e il durante del delitto. Nel film tutto questo è messo da parte, fin da subito, per concentrarsi solo sulla vittima, quel Luca che nella realtà si conosce solo per quella serata di droga, sesso e follia che porterà alla sua morte. Stavolta invece Luca è una presenza viva, quotidianità, affetti, un corpo che non è solo quello destinato alla mattanza dei suoi assassini.
Un ragazzo di 20 anni davanti all’orizzonte del suo futuro. Come i bambini smarriti dell’inizio però, anche Luca sembra vivere un disorientamento, una fragilità generazionale che, indubbiamente è un aspetto che in parte condivide anche con i suoi due omicidi: la solitudine di chi ancora non sa chi è e che, pur amato dalla sua famiglia, non riesce a fare un progetto per la sua vita.
È qui, alla soglia della vita vera, dell’età adulta, che tanti si perdono, sembra dirci il film, in quella zona oscura che è il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Gabbriellini ce lo mostra rievocando quel tempo largo e un po’ offuscato che è appartenuto a tutti, prima di diventare grandi, quel tempo fatto ancora di tante prime volte e di una geografia affettiva appena abbozzata. Ma è proprio questo aspetto che rende decisamente interessante questo film che emoziona raccontando l’intimità acerba e un po’ impacciata, tipica di quell’età, che Luca ha con la fidanzata. È l’età di un’ amicizia nata improvvisamente, di una routine familiare rassicurante in cui i genitori sono esempi concreti. E ancora protettivi.
Grazie al film, finalmente il nome di questo ragazzo non è più solo la storia della sua morte, ma anche quella della sua vita, messa irrimediabilmente in pericolo da quel “passo falso” che nella vita può sfiorare ognuno di noi. Anche per questo motivo il momento dell’omicidio occupa uno spazio esiguo, ridotto all’osso: poche inquadrature del luogo e delle armi usate per ucciderlo.Tutto intorno c’è Roma, la periferia livida di una città che niente sembra aver a che spartire con il suo centro, indifferente ai drammi e alle speranze dei suoi abitanti. Con tutto quel che resta, calato il sipario del circo mediatico, di chi rimane vivo.
Sentieri smarriti in una città in cui non riescono più ad orientarsi, sono anche quelli dei giovani protagonisti dell’ultimo film di un regista francese che all’adolescenza, sin dall’inizio della sua carriera, ha dedicato uno sguardo penetrante, Cedric Kahn. Si chiama 15/18 A place to heal ed ha come protagonisti degli adolescenti ricoverati in un reparto psichiatrico, di cui il regista francese segue dolori e speranze in un luogo in cui, come dichiara il titolo, il sogno più forte e comune è quello di guarire, riprendendo in mano quella vita non ancora realmente cominciata.
Su molti di loro pesa la malattia mentale, ma su molti altri le ferite sono dovute alle esperienze traumatiche vissute, anche in questo caso, per una fatalità della vita o per quell’ imprevedibile “passo falso” che può cancellare qualsiasi altra possibilità. Eppure anche in questo film, che ricorda da vicino la Classe di Laurent Cantet, raccogliendo lo sguardo rigoroso dei fratelli Dardenne, si respira la vita, il desiderio di amare, la voglia di una quotidianità in cui i protagonisti non dimenticano di essere giovani, nonostante tutto. Il percorso è impervio e con il cuore in gola lo spettatore, segue con tenerezza ma anche preoccupazione, le tante storie che si inseguono. La salvezza in questo caso è possibile e arriverà proprio da una storia d’amore sgangherata e toccante fra due giovani pazienti la cui fuga tra campagne e sobborghi occupa tutta la parte finale del film.
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