Romano Luperini, maestro del dissenso

Dal ’68 alla scuola democratica, Romano Luperini ha difeso critica, cultura e impegno contro conformismo e potere

Beppe CorlitoBattaglia delle IdeeCULTURA
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ANSA

Nell’incipit de L’uso della vita, 1968 (2013), un romanzo di formazione, Romano Luperini rievoca la scena autobiografica dell’espulsione dal PCI. Nelle vesti di Marcello, uno dei suoi alter ego letterari, sta seduto davanti a tre burocrati della Commissione federale di controllo; sopra le loro teste, le foto di Gramsci e Togliatti, unica macchia sui muri bianchi di calce: «… davanti a loro Marcello aveva lo spazio vuoto intorno, come a un esame o a un processo» (p. 7). I tre gli leggono il capo d’accusa: «hai attaccato la linea culturale del partito, dal neorealismo alla neo avanguardia. Venti anni di politica culturale. Ma la politica culturale non è separabile dalla linea politica del partito, dovresti saperlo … Ti sei collocato fuori dalla linea del partito. … E pensare che tuo padre è un compagno esemplare, un vecchio partigiano» (ivi). Marcello si chiede che c’entri suo padre e ricorda «le infinite discussioni a cena, la pena di quella lunga contesa con lui» (ivi). Nel libro sul ’68 che abbiamo scritto a quattro mani (Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci, 2024), Romano racconta la stessa scena in termini impersonali, in relazione all’antiautoritarismo e alla cultura politica del ’68 (p. 73). Il tratto di gran lunga dominante della nostra generazione, e segnatamente di Luperini, è la corrispondenza tra livello personale, culturale e politico. Altri in seguito hanno abdicato a questa coerenza, si sono “pentiti”: Romano no e neppure chi scrive. Egli è rimasto fedele alla nostra bandiera rossa. Anche a costo di fare la parte dell’“ultimo marxiano” (La rancura, 2016, p. 249, un altro dei suoi romanzi), per il proprio funerale ha lasciato la disposizione di averne una a fianco della bara: così è stato.

Luperini aveva partecipato nel 1967 all’occupazione della Sapienza di Pisa, che con le sue “tesi” segnava l’avvio del movimento studentesco e operaio del ‘68, il quale avrebbe infiammato il decennio successivo. Le Tesi della Sapienza ci descrivevano come “forza lavoro in formazione”, cioè prodotto dell’immane processo di proletarizzazione del lavoro intellettuale, di cui allora avevamo una coscienza parziale, ma che abbiamo vissuto “sulla nostra pelle” – dicevamo all’epoca. Quel processo consisteva in una massificazione anonima dentro le vetuste istituzioni universitarie, le cui strutture non erano pronte ad accoglierci, anzi ci respingevano con processi selettivi brutali, perché erano nate per formare i ceti dirigenti e non una massa di studenti, proveniente dalle famiglie dei lavoratori, che si stava conquistando con la lotta quel diritto allo studio promesso dalla Costituzione democratica e antifascista. Avremmo capito solo tempo dopo ciò di cui già negli anni Sessanta e Settanta venivano poste le basi: la terza rivoluzione industriale delle macchine elettroniche (l’invenzione del microchip, che miniaturizza in pochi millimetri un’intera linea produttiva; l’invenzione di Arpanet, embrione militare di Internet; quella della stampante laser ecc.), sfruttando le qualità intellettuali dei lavoratori e non più soltanto quelle fisiche, riduceva il lavoro intellettuale a mera appendice alienata delle macchine stesse e della “ragione” tecnocratica del capitale. Era la “proletarizzazione degli intellettuali” e, tra essi, degli studenti.

Il ’68 fu cruciale: in esso esplosero contemporaneamente la crisi del capitalismo, la crisi delle istituzioni sociali – in primo luogo le università –, dove si riproduceva la società divisa in classi, ma anche la crisi delle organizzazioni del movimento operaio internazionale. L’incipit de L’uso della vita citato in apertura è emblematico: le vecchie strutture dei partiti dei lavoratori risultavano incapaci di raccogliere le forze nuove che lo sviluppo sociale e la lotta di classe producevano. Nuovo impegno, la rivista fondata da Romano Luperini, Gianfranco Ciabatti e Franco Petroni nel 1965, è riconosciuta come una delle riviste che ha preparato il movimento: rivendicava l’“impegno” in campo culturale e letterario, ma si faceva rivista politica con il fiancheggiamento delle lotte degli studenti pisani e del Potere Operaio Pisano, fino a diventare la sede di elaborazione teorica della Lega dei Comunisti. Le pubblicazioni proseguirono fino al 1976, quando la Lega dei Comunisti, insieme ad Avanguardia Operaia e al Partito di Unità Proletaria, fondò Democrazia Proletaria, di cui Luperini divenne uno dei dirigenti nazionali.

L’esaurimento di tale esperienza non portò alla fine dell’impegno politico. Conseguentemente alla sua posizione teorica sul radicale cambiamento del ruolo degli intellettuali e in particolare degli insegnanti, Luperini si è impegnato per tutto il resto della vita nell’organizzazione di questo nuovo tipo di proletariato. Ha collaborato con il CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti), percorrendo l’Italia, dovunque lo chiamasse un gruppo di insegnanti. Criticava il processo di loro riduzione a impiegati al servizio delle logiche produttive e ne richiamava la funzione “intellettuale”, sulla base del dettato costituzionale di formare la coscienza critica dei cittadini. Al lavoro organizzativo e pedagogico si accompagnava la produzione culturale di alto livello come critico letterario. La sua proposta di un “conflitto delle interpretazioni”, concetto centrale della sua ermeneutica materialista, richiamava da un lato la necessità di una ricostruzione filologicamente rigorosa del testo, ma, dall’altra, ammetteva una pluralità conflittuale di letture e di punti di vista, che non approdano mai ad un unico significato “oggettivo” e immutabile. Interpretare è un processo dialettico, intrinsecamente democratico, determinato storicamente e socialmente: un processo materiale e aperto. La classe scolastica diventa “una comunità interpretante” formata dagli insegnanti e dagli studenti, in cui il docente, pur mantenendo la propria specifica competenza e autorevolezza, valorizza il confronto tra le diverse interpretazioni degli studenti. Questo lavoro teorico e divulgativo, produsse la sua opera didattica maggiore: La scrittura e l’interpretazione (prima edizione 1996, poi riedita numerose volte). Il manuale nacque anche dal felice incontro con l’editore Palumbo di Palermo e fu scritta con Pietro Cataldi, Lidia Marchiani e un folto gruppo di giovani collaboratori. È a tutt’oggi una storia ed antologia della letteratura italiana “nel contesto europeo” con moltissime adozioni nelle scuole superiori. Ha dato uno dei contribuiti più importanti a far uscire la scuola italiana dall’asfittico provincialismo a cui l’aveva condannata la riforma fascista della scuola di Giovanni Gentile, la cui egemonia culturale è durata troppo a lungo.

L’impegno di decenni dimostra la coerenza nella vita e nell’opera di Luperini tra lavoro politico e lavoro culturale. Questa è – a mio avviso – la cifra ultima della sua figura. È importante considerare che si tratta di un impegno che a partire dalla fine degli anni Settanta e dagli anni Ottanta ha proceduto controcorrente: è il tempo buio del riflusso del movimento, del piombo terrorista e della fine delle organizzazioni rivoluzionarie. Luperini mantenne anche l’impegno di dirigente fino alla fine della parabola di Democrazia Proletaria. Ricordo ad esempio la lunga campagna elettorale siciliana del 1978 nel nome del nostro compagno, ucciso dalla mafia, Peppino Impastato. La presenza continua in Sicilia come dirigente politico, come organizzatore culturale e nell’impegno editoriale non è casuale.

Gli “anni di piombo” vedono sul versante teorico l’affermarsi del “pensiero debole”, cioè il disarmo relativista della critica agli assetti sociali dominanti, che Luperini definiva il “nichilismo morbido”, la negazione dell’esistenza di fondamenti certi e di valori forti condivisi. In campo culturale fu l’epoca del post-modernismo in architettura e in letteratura, della cosiddetta “parola innamorata” in campo poetico, con la ripresa delle tendenze simboliste del primo Novecento. Contro queste tendenze Luperini condusse una durissima battaglia culturale in campo nazionale e internazionale (fu visiting professor all’Università di Toronto), difendendo le ragioni del realismo, dell’espressionismo e criticando il doppio avversario del nichilismo e del sapere tecnocratico e scientista. Questa lunga battaglia ha prodotto la sua teorizzazione di un’“allegoria moderna”, concetto critico-negativo, come in Kafka privo di una chiave di decifrazione, ma aperto all’azione nel presente. Come nella fase preparatoria del movimento del ’68 aveva fondato Nuovo Impegno, così negli anni Ottanta fondò la rivista Allegoria, che insieme al più recente blog militante La letteratura e noi, tutti editi da Palumbo, rappresenta il frutto del suo lavoro culturale, organizzativo e in ultima istanza politico.

Vi è una tenace coerenza tra l’elaborazione teorica e lo sforzo mai sopito fino all’ultimo respiro di organizzare anche “piccoli nuclei di resistenza” agli assetti politico-culturali dominanti. Non a caso il suo ultimo contributo teorico è il volume di saggi Tramonto e resistenza della critica (2013), in cui sostiene che la critica letteraria si oppone alla mercificazione, alla frammentazione del sapere e alla perdita della funzione civile e democratica degli intellettuali.

Il nuovo proletariato, che sta oggi di fronte ai computer in un continuo processo di innovazione e che vive in condizioni di precariato spesso estremo e di scarsissimo potere contrattuale, ha bisogno di essere organizzato dal punto di vista sindacale e politico. È una situazione paragonabile a quella in cui si trovò a lavorare Marx all’alba della costituzione della classe operaia e delle sue organizzazioni all’epoca delle macchine a vapore. Senza un’opposizione organizzata, lo strapotere di un pugno di iper-capitalisti, lanciati alla feroce concorrenza per la conquista di materie prime in via di esaurimento e del mercato mondiale, spinge inevitabilmente alla guerra globale. Questo messaggio di impegno ricavo oggi dal lavoro e dall’insegnamento di Romano Luperini, mentre piango la scomparsa dell’amico e del compagno. Esso è contenuto nell’allegoria di quella bandiera rossa senza simboli posta a fianco delle sue estreme spoglie: così solitaria, così controcorrente, così fragile come una canna al vento, quale è l’esistenza umana; eppure anche capace di ricordarci la necessità dell’impegno e della lotta.

*Beppe Corlito, blog La letteratura e noi

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