A sinistra di Keynes: il coraggio di costruire un nuovo orizzonte

A ottant’anni dalla scomparsa del grande economista di Cambridge, la sfida per il progressismo europeo non è più solo salvare il capitalismo da se stesso, ma trasformarlo radicalmente.

Antonio De ChiaraApprofondimenti
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ANSA

Il 21 aprile 1946 si spegneva John Maynard Keynes. Con lui non se ne andava solo il più brillante economista del Novecento, ma l'uomo che aveva insegnato alle democrazie liberali che il destino non è scritto nelle "leggi naturali" del mercato, ma nelle scelte deliberate dello Stato. Oggi, in questo 2026 denso di nubi geopolitiche e accelerazioni tecnologiche, invocare Keynes è diventato il rifugio sicuro di ogni editoriale progressista. Ma diciamocelo con la franchezza che si deve ai momenti di crisi: il Keynesismo "standard" — quello degli stimoli fiscali e della gestione della domanda — è diventata una linea del Piave necessaria, ma drammaticamente insufficiente. Per un’Italia che fatica a trovare un baricentro produttivo e per un’Europa che oscilla tra l'integrazione incompiuta e il ritorno dei nazionalismi, la vera sfida intellettuale e politica non è tornare a Keynes, ma posizionarsi a sinistra di Keynes.

Dalla Reattività alla Strategia: Lo Stato come Soggetto Trasformatore

La grande lezione di Keynes, pur imprescindibile, rischia oggi di essere confinata nel perimetro di uno Stato "soccorritore", un attore puramente reattivo chiamato a colmare ex-post i vuoti di un settore privato smarrito nell'incertezza radicale. È la logica del lender of last resort che, sebbene vitale nel secolo scorso, si rivela oggi insufficiente: una visione compensativa che interviene sui sintomi del malessere economico senza scalfirne le cause profonde. Come spesso sottolineato dall'economista Salvatore Biasco, non basta correggere i fallimenti del mercato se non si mette in discussione la configurazione stessa dei mercati e i rapporti di forza che li sottendono.

Il progressismo contemporaneo deve dunque compiere un salto di qualità: dobbiamo rigettare l'immagine dello Stato-meccanico, ridotto a lubrificatore di ingranaggi inceppati, per rivendicare la soggettività pubblica come "investitore di prima istanza". Lo Stato non deve limitarsi a "stimolare" la domanda in attesa di una ripresa spontanea degli investimenti privati, ma deve esercitare un’intenzionalità strategica capace di precedere e orientare il processo di accumulazione. Richiamando le tesi di Mariana Mazzucato, è tempo che lo Stato si faccia innovatore e co-creatore di valore, assumendosi il compito di conformare nuovi settori produttivi. Davanti alla riconversione ecologica e alla rivoluzione digitale, la mera gestione del deficit appare un'arma spuntata se priva di una chiara direzione politica. In questo quadro, l’ammonimento di Alfredo Reichlin risuona con rinnovata urgenza: la politica economica deve farsi "grande riforma intellettuale e morale". Per Reichlin, l’economia non era mai un esercizio di contabilità tecnica slegata dal conflitto storico, ma lo strumento per ricomporre un blocco sociale avanzato, capace di saldare lo sviluppo delle forze produttive alla qualità del vivere e alla giustizia distributiva.

Posizionarsi "a sinistra di Keynes" significa oggi rompere con il "presentismo" fiscale — quel riduzionismo che guarda solo ai saldi di bilancio — per approdare a una nuova programmazione democratica. Significa spostare l'asse dalla spesa intesa come mero trasferimento assistenziale alla spesa come investimento in beni pubblici e conoscenza comune. È l'unica via per innescare quel mutamento strutturale necessario a scongiurare il declino: non si tratta di gestire l'esistente, ma di riappropriarsi della funzione politica di progettare il futuro, restituendo alla mano pubblica il suo ruolo naturale di architetto della società.

Il Lavoro e l’etica della responsabilità sociale

Se Keynes si concentrava sulla piena occupazione come obiettivo macroeconomico, una visione moderna a sinistra deve avere l'ardire di concentrarsi sulla natura e sulla soggettività del lavoro. Qui emerge la figura, solitaria e profetica, di Federico Caffè: il maestro che meglio di chiunque altro ha saputo tradurre il keynesismo in un'etica della responsabilità sociale, sottraendolo alla fredda contabilità dei flussi aggregati.

Caffè ci ha insegnato che l'economia deve avere un volto umano, lontano dalle "solitudini dei numeri primi" delle astrazioni econometriche e dei dogmi dell'offerta. Egli non cercava solo la riduzione statistica della disoccupazione, ma la costruzione di uno scudo per i più vulnerabili contro l'arroganza di mercati finanziari ormai slegati dalla realtà produttiva. A sinistra di Keynes, questo impegno si traduce oggi nella necessità di una redistribuzione politica del tempo sociale.

Accanto alla Garanzia del Lavoro (Job Guarantee), dobbiamo porre la sfida del "lavorare meno, lavorare tutti". Tuttavia, non dobbiamo intenderla come una mera rivendicazione difensiva, ma come una riforma di struttura (per citare la lezione scandinava) in risposta alla crescita della produttività automatizzata. Ridurre significativamente l'orario a parità di salario significa, in termini teorici profondi, contrastare la disoccupazione tecnologica e sottrarre fette di sovranità al mercato sul tempo della vita. È la via per una più equa ripartizione dei guadagni di produttività generati dalle macchine, che altrimenti verrebbero interamente catturati dalla rendita capitalistica.

Non stiamo parlando di un sussidio passivo o di un assistenzialismo deresponsabilizzante, ma del diritto universale a un impiego dignitoso in settori ad alto valore sociale e bassa intensità di risorse: la cura della persona, la manutenzione del territorio e la rigenerazione urbana. È il cuore del modello sociale europeo che dobbiamo ricostruire: sottrarre il lavoro alla logica della pura merce (de-commodification). Se il mercato premia il broker e penalizza l'educatore, deve essere lo Stato democratico — inteso come "civilizzatore" del capitalismo e garante della coesione — a dettare una scala dei valori alternativa. Solo così il progresso tecnico può cessare di essere una minaccia per trasformarsi in uno strumento di liberazione dal bisogno e in tempo restituito alla cittadinanza attiva e alla democrazia.

L'Eutanasia del Rentier e la Lotta alla Rendita Moderna

Keynes auspicava l' "eutanasia del rentier", convinto che l'abbondanza di capitale e la riduzione dei tassi di interesse avrebbero reso inutile quella classe parassitaria che vive di pura rendita. Ottant’anni dopo, dobbiamo constatare che il rentier non è scomparso; è rinato sotto spoglie tecnologiche e finanziarie: è il gigante del web che estrae dati gratuitamente, è il fondo d’investimento che specula sugli affitti nelle metropoli, è il detentore di brevetti farmaceutici che privatizza il progresso scientifico.

Una politica economica progressista, per essere tale, deve oggi avere l'ardire di una riforma fiscale globale che vada oltre la mera gestione dell'emergenza. Il primo passo è il ripristino di una reale progressività fiscale, invertendo quella deriva decennale che ha visto l'appiattimento delle aliquote a vantaggio dei redditi più alti. Non si tratta solo di fare aggiustamenti fiscali, ma di colpire la ricchezza stratificata e improduttiva che drena linfa vitale dal corpo sociale.

Bisogna evitare che il valore prodotto nei territori venga drenato verso paradisi fiscali digitali, recuperando sovranità sulle basi imponibili evaporate. Ed è assolutamente necessario alleggerire drasticamente le tasse sul lavoro dipendente per colpire, di contro, le rendite posizionali e i grandi patrimoni mobiliari.

Questa manovra non è un fine in sé, ma la precondizione per un massiccio investimento nel welfare universale. A sinistra di Keynes, il welfare non è inteso come una spesa di assistenza "a babbo morto", ma come un pilastro dello sviluppo: finanziare la sanità pubblica, l'istruzione di massa e i servizi per l'infanzia significa investire nella qualità delle persone e nella resilienza della società, scegliendo decisori pubblici orientati a massimizzare il benessere collettivo.

Il capitale deve tornare a essere uno strumento per l'innovazione e il benessere collettivo, non un fine in sé che si auto-riproduce nel vuoto pneumatico dei mercati finanziari. Solo legando la giustizia fiscale al potenziamento dei servizi comuni possiamo trasformare la redistribuzione in un volano di emancipazione e cittadinanza.

Per un Europeismo Federale: Verso una Capacità Fiscale Comune e Sociale

Non esiste prospettiva progressista che possa prescindere dal superamento dei confini angusti dello Stato-nazione. Tuttavia, l'europeismo dei "compiti a casa" – basato su una disciplina fiscale meramente correttiva – ha finito per alimentare una divergenza strutturale tra le economie dell’Unione, diventando il principale ostacolo alla legittimazione dell'integrazione. Per superare questa impasse, è necessario recuperare l’eredità di Jacques Delors e l’intuizione fondamentale di Tommaso Padoa-Schioppa.

Delors aveva compreso che la stabilità del mercato unico è subordinata a una robusta "dimensione sociale" e a un bilancio federale capace di assorbire gli shock asimmetrici. Padoa-Schioppa, dal canto suo, aveva teorizzato l'insostenibilità del "quartetto inconciliabile": la pretesa di mantenere libera circolazione dei capitali, commercio aperto e politiche monetarie indipendenti senza un’unione politica e fiscale che gestisca l'unione monetaria.

Posizionarsi oggi "a sinistra di Keynes" significa completare quel disegno istituzionale, recependo con forza le istanze della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) per un'Europa autenticamente sociale. Non c'è integrazione possibile se non si garantisce un Protocollo di Progresso Sociale che protegga i diritti collettivi e sindacali dalla supremazia delle libertà economiche di mercato. Bisogna allargare l'orizzonte oltre i confini continentali per riscoprire lo spirito della Commissione Brandt, riconoscendo che la stabilità europea è legata a una nuova cooperazione globale Nord-Sud e a un’offerta coordinata di Beni Pubblici Globali.

Il superamento del vecchio Patto di Stabilità non deve tradursi in una generica richiesta di flessibilità, ma nell’istituzionalizzazione di una capacità fiscale comune permanente. Come rivendicato dal sindacalismo europeo, occorre una "regola d'oro" che escluda gli investimenti sociali e verdi dai calcoli del deficit, permettendo la creazione di un'infrastruttura di welfare continentale. Il debito comune emesso per finanziare questi investimenti — i Green Bond europei — deve diventare il safe asset dell'Eurozona, capace di finanziare una transizione giusta che non lasci indietro nessun lavoratore. In questo quadro, l’Italia deve agire come attore proattivo: non invocando deroghe per debolezza fiscale, ma proponendo un nuovo paradigma dove la stabilità sia funzione della crescita sostenibile, del lavoro dignitoso e della solidarietà strutturale.

Il Primato della Politica per una Economia della dignità umana

Keynes morì mentre cercava di disegnare l'ordine di Bretton Woods, conscio che l'economia senza istituzioni forti degenera in caos. Oggi, a ottant'anni di distanza, il suo insegnamento più grande resta il primato della politica. Una soggettività politica che sia consapevole che l'economia non è un destino cinico, ma una tecnica al servizio di fini scelti democraticamente. Non ci sono "leggi naturali" che ci costringano alla povertà o alla precarietà; ci sono solo scelte politiche più o meno coraggiose. Essere a sinistra di Keynes significa avere l'ambizione di dire, attingendo alla rivoluzione di pensiero di quel grande economista, che un mondo diverso è tecnicamente realizzabile se abbiamo il coraggio di continuare il percorso per mettere al centro del progetto europeo la dignità umana.

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