A Pasqua nessuno va più al cinema, purtroppo: ma fate un’eccezione con lo spagnolo “Los Domingos”

Michele AnselmiBattaglia delle Idee
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A Pasqua non va più al cinema nessuno, specie se arriva il tempo buono dopo un rigido inizio di primavera, quindi non sorprende che il film più interessante uscito giovedì 2 aprile, tra i tanti, sia purtroppo destinato – temo – a scarsa considerazione. Ma potrebbe succedere un miracolo. Il titolo? “Los Domingos” della spagnola Alauda Ruiz de Azúa, regista 48enne di notevole talento, sin dal suo esordio con “Lullaby”.

Come qualcuno avrà notato, si riparla di fede al cinema, nei modi più diversi. Sempre giovedì, prima di Pasqua, hanno debuttato “Il Vangelo di Giuda” di Giulio Base e “…che Dio perdona a tutti” di Pif, per nulla convenzionale il primo, piuttosto banale il secondo; ma, ad essere sincero, sempre che interessi l’argomento poco alla moda, consiglio come prima scelta proprio “Los Domingos”, che poi significa “Domeniche”. In patria ha fatto incetta di premi Goya e ha incassato quasi 5 milioni di euro, un record; da noi, arriva per merito di Movies Inspired, temo appunto altre sorti.

Alauda Ruiz de Azúa si dichiara atea, e forse non servirebbe dirlo in chiave preventiva nelle interviste, ma di sicuro si avvicina al tema religioso con onestà, senza paraocchi “razionali”, fornendo diversi punti di vista nel raccontare una vicenda complessa, a suo modo delicata, pure divisiva.

Siamo nella Spagna basca. Ainara ha 17 anni ed è una ragazza normale, graziosa: va bene negli studi in un collegio religioso, chiacchiera con le amiche di sesso, canta in un coro, fuma e beve, non disdegna la corte di Mikel. Ma durante un breve ritiro spirituale in un convento di suore benedettine qualcosa le scatta dentro. Al ritorno a casa, dal padre vedovo, dalla nonna e dalle sorelline, allude al sentimento che la tormenta. «Sto cercando di capire se ho una vocazione» confessa alla zia Maite, materna e volitiva, e a quel punto succede un cataclisma in famiglia. Perché nessuno, specialmente tra chi le vuole bene, sembra voler accettare quella scelta ancora in nuce. La trattano da “matta”, vogliono spedirla all’estero o tra le braccia di un ragazzo, ipotizzano perfino il ricorso a uno psicologo.

Ainara osserva senza scomporsi l’agitazione attorno a sé, si fa perfino baciare da Mikel e forse finirebbe a letto con lui; ma nel fondo non è quello l’amore che le interessa. Vuole tornare in convento per un altro soggiorno, parlare con la priora Isabel, vivere in quella comunità silenziosa. Poi deciderà. E intanto la zia Maite, alle prese con un matrimonio infelice e preoccupata dai debiti contratti dal fratello Iñaki, perde le staffe con la nipote: «Nessuno ti sta chiamando, Dio non esiste, quell’amore non esiste!».

Giustamente la regista s’è documentata a fondo prima di scrivere il film, intervistando parecchie giovani, prima postulanti e poi novizie. Pare che la vocazione venga vissuta, all'inizio, come una sorta di innamoramento, sul quale però “Los Domingos” non ironizza. Realistico nello stile e nella fotografia, misurato nella scelta della musica perlopiù corale e diegetica, il film turba e incuriosisce allo stesso tempo. Suggerisco di non giudicare come una ragazzata «il percorso di discernimento» scelto da Ainara, anche se certo lo spettatore si farà un’idea personale vedendo quanto accade sullo schermo.

Gli attori, da Bianca Soroa (Ainara) a Patricia López Arnaiz (Maite), da Nagore Aranburu (madre Isabel) a Miguel Garcés (il padre), sono tutti intonati al progetto registico, in bilico tra psicodramma familiare e richiamo spirituale, tra Occidente secolarizzato e preghiera comunitaria.


Lunedì scorso, con la quarta serata su Rai1, ha chiuso la miniserie “Guerrieri. La regola dell’equilibrio”. Chi non l’avesse vista, può recuperare tutti gli episodi su RaiPlay. Merita. Confesso che mi ha fatto un piacevole effetto vedere la puntata finale. Sarà perché fino a pochi giorni fa ero a Bari per il Bif&st, sicché ho riconosciuto, passeggiando per quella splendida città, molti dei luoghi: strade, lungomare, chiese, scorci, perfino le case, inclusa quella, con il portone in ferro battuto, dove vive nella finzione l’avvocato inventato da Gianrico Carofiglio.

Suggestioni ambientali a parte, penso che Gianluca Maria Tavarelli abbia fatto un ottimo lavoro, insieme ai suoi sceneggiatori Doriana Leondeff, Antonio Leotti e Oliviero Del Papa. Lo so, Alessandro Gassmann non è barese, e non ha provato nemmeno a sembrare tale, giustamente, perché non c’è nulla di peggio di una calata dialettale imitata male, all’italiana. Però ha restituito con una certa grazia, certo cucendosi addosso il personaggio, anche fisicamente, i tormenti, gli inciampi, la grinta e le intuizioni del penalista con la vita sentimentale a pezzi (ma occhio alla violoncellista scesa da Torino).

«Se un giudice è corrotto, cade tutto il mondo, il nostro mondo» tuona Guerrieri nel sottofinale, guardando negli occhi l’amico, appena nominato presidente del Tribunale, che pure ha difeso con convinzione. Ma, al di là delle storie verticali e della vicenda orizzontale, la miniserie dimostra, credo, che anche sulla principale rete Rai sia possibile inserire, volendo, un po’ di cinema dentro una confezione popolare da prima serata. Intendo luce, montaggio, scansione, ritmo, lavoro sugli attori e sugli ambienti. Non starò qui a elencare i difetti che pure ci sono (fa abbastanza ridere, per dire, quella moto Triumph trasformata in una marca che non esiste, la Motoder o qualcosa di simile); tuttavia Tavarelli, non a caso viene dal cinema, sa come arpeggiare sulla tastiera del cosiddetto “legal drama”, intrecciando casi processuali, fatti personali, intoppi amorosi, debolezze umane e guai familiari. Qualche sera fa, entrando al teatro Petruzzelli, mi sono ritrovato accanto a Michele Venitucci, l’attore barese 51enne che incarna il solitario poliziotto Tancredi. Gli ho detto, sorridendo, «complimenti, ispettore», e lo pensavo davvero. È uno bravo, come mi sono apparsi intonati al registro scelto da Tavarelli tutti gli interpreti fissi: da Lea Gavino ad Anita Caprioli, da Ivana Lotito ad Antonia Liskova, da Michele Ragno a Francesco Colella, da Gaetano Bruno a Umberto Sardella. Leggo ora su "la Repubblica" (cronaca di Bari) che Gassmann ha già annunciato un seguito: si gira da settembre. Meno male. Del resto i romanzi a disposizione non mancano, per fortuna.