A Nordio rispondo: nessuna ambiguità, voto NO per contesto e merito

ANSA
Il ministro Nordio mi chiama in causa in modo confuso e provocatorio, in linea con il comportamento generale del suo governo circa il referendum sulla giustizia. E malamente irrispettoso e banalmente strumentale, a fronte di un mio comportamento sul tema ragionevole, misurato e democratico. Non ho mai pronunciato le frasi che Nordio mi attribuisce: “A Bettini piace la riforma ma vota no contro la Meloni”. Ho svolto un ragionamento civile e consapevole in linea con le mie posizioni nel merito e politiche. Sono stato sempre un garantista estremista. Mio padre avvocato penalista repubblicano mi ha cresciuto così.
Quando si è discusso alle Camere della giustizia il tema della separazione delle carriere, ho dichiarato un’adesione al principio. Mi sembrava un segnale per garantire un processo penale più equo. Ma questo segnale è svanito via via di fronte al complesso della riforma presentata e al contesto culturale, ideale e politico che la circonda e la soffoca.
Nel merito la separazione delle carriere, nel testo presentato dal governo, si accompagna ad una serie di organismi e meccanismi non condivisibili. Sempre nel merito, essa non affronta nulla dei problemi che a me stanno più a cuore: le carcerazioni facili, la lunghezza dei processi, la condizione medioevali dei carceri. In verità è un tassello di una politica generale del governo a cui appartiene Nordio, autoritaria, repressiva e sprezzante dei più deboli. Hanno deciso nuovi profili di reato, hanno dato mano libera a chi picchia gli studenti pacifici, odiano i migranti, per alcuni invocano la cella buttandone le chiavi, sono servili nei confronti della prepotenza sconclusionata di Trump, tendono ad indebolire il ruolo della Presidenza della Repubblica costruendo una piramide di comando che permette tutto a chi vince le elezioni, propongono una legge elettorale con un premio di maggioranza spropositato.
Dunque, sono per il NO sia nel merito e per il contesto. I segnali che potevano essere percepiti, se ci fosse stato un testo della riforma degno e un contesto d’ispirazione liberale e garantista, sono del tutto scomparsi. Il mio, dunque, non è un voto propagandistico e settario contro la Meloni. Bensì, la considerazione che il tassello della riforma vive ed è inteso come un tassello dell’avanzata italiana e mondiale di una destra estrema.
I principi non sono “caciocavalli appesi”. Si inverano nella storia reale. Sulla carta il governo di Salò con Mussolini decretò una repubblica (che è meglio della monarchia), ma era fascista. Prima della Seconda Guerra Mondiale, Stalin promulgò una costituzione con ampie aperture di garanzie e libertà, ma nella pratica sterminò centinaia di migliaia di cittadini innocenti e decapitò lo Stato maggiore dell’esercito. Quindi, non va guardato solo il dito (per altro storto) della proposta in campo, piuttosto va guardata la luna democratica, che troppi oggi vogliono oscurare.