Netanyahu e la campagna elettorale sulle macerie di Hebron

Case segnate con una X, migliaia di sfollati e la minaccia di estendere l’operazione alla Cisgiordania: l’offensiva di Netanyahu alla vigilia del voto.

Maurizio TarantinoFlusso Quotidiano
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ANSA

Da venerdì 23 ottobre Hebron è una città sotto assedio. Migliaia di palestinesi cacciati di casa in tutta l’area cittadina — le fonti danno tra 2.000 e 2.600 sfollati. Alle parole Netanyahu ha fatto seguire i fatti: le case di parenti e amici degli attentatori, contrassegnate con una X, prima sfollate e poi abbattute. All’origine, l’attentato di Hamas in cui due uomini armati hanno colpito cinque soldati israeliani uccidendone due. Il premier, sul posto, ha promesso di cambiare profondamente Hebron e di estendere l’operazione a tutta la Cisgiordania. Il modello è quello del 2025, quando l’operazione Muro di Ferro produsse svuotamento massivo e cambiamento radicale dei campi di Jenin e Tulkarem: oltre 40.000 sfollati, crimini di guerra per Human Rights Watch. Ora la minaccia è l’intera Cisgiordania.

Così le ingiustizie dei coloni, che negli anni hanno attirato a Hebron attivisti da tutto il mondo — gli osservatori internazionali furono espulsi da Netanyahu nel 2019 —, gettano ora la maschera. Tutto accade a pochi giorni dal voto del 27 ottobre: i sondaggi danno Netanyahu tra 48 e 51 seggi, contro i 54-55 dell’alleanza d’opposizione, più partiti che hanno in Gadi Eisenkot — l’ex capo di stato maggiore che lo accusa di aver fallito la guerra — la figura di punta. Nessuno arriverebbe ai 61 seggi per governare: uno stallo da cui Netanyahu potrebbe uscire ancora una volta vincitore, senza rispondere alla giustizia israeliana e internazionale. In questo clima il Likud ha affisso manifesti con Eisenkot ritratto accanto ai leader arabi Tibi e Abbas: la Commissione elettorale li ha fatti rimuovere.

Resta una domanda: possono gli effetti di una campagna elettorale arrivare a sfrattare migliaia di persone, a togliere la dignità, a minacciare un’intera regione? La comunità internazionale protesta, e perfino un’organizzazione israeliana come B’Tselem parla ormai, per Hebron, di pulizia etnica.

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