7 ottobre, la ferita di Israele e la giustizia che manca
Tre anni dopo la strage, il dolore dei familiari, le responsabilità di Netanyahu e la devastazione di Gaza. Resiste chi cerca la pace e rifiuta la vendetta.

ANSA
Israele tre anni dopo. Una ferita ancora aperta. Nella memoria collettiva, nel cuore e nella mente di un popolo. Non poteva essere altrimenti. Perché quel tragico, maledetto 7 ottobre 2023, Israele è stato violentato. C’è un prima e un dopo il giorno in cui sono morti più ebrei dopo la Shoah. La pietas è morta con gli abitanti dei kibbutz assaltati dai miliziani di Hamas e del Jihad islamico: uomini, donne, bambini (quello di Nir-Oz non è stata una battaglia ma un massacro sistematico ). È morta con le ragazze e i ragazzi del Festival rave i cui volti sorridenti rivedo, con un groppo alla gola, nella photogallery che Haaretz dedica agli oltre 1200 israeliani trucidati in quel 7 ottobre. Tre anni dopo, la rabbia s’intreccia con un dolore mai sopito, e, insieme, si fondono in una richiesta di verità e di giustizia che unisce il Paese. Una richiesta che chi governava allora e continua a governare oggi, non solo non ha esaudito ma in tutti i modi cercato di occultare. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia d’Israele, era stato avvertito nelle settimane precedenti che Anwar Sinwar, il capo di Hamas a Gaza, stava preparando qualcosa di eclatante. Gli avvertimenti del presidente degli Emirati Arabi Uniti e, per ben due volte, del capo dell’intelligence egiziana, documentati da inchieste e rivelazioni mai smentite, furono sottovalutate, colpevolmente sottovalutate da Netanyahu.
Una responsabilità morale, prim’ancora che politica, una spaventosa negligenza che lo perseguiterà per il resto della sua vita. Alcuni famigliari delle vittime del 7 ottobre glielo hanno gridato nelle cerimonie di commemorazione: “E’ tua la responsabilità della loro morte”. Su questo, Israele si scopre diviso, come poche volte, forse mai, è avvenuto nei suoi 78 anni di vita, come Stato focolaio della nazione ebraica. Ha ragione, in questo, Amos Harel, tra i più autorevoli analisti israeliani, che sul quotidiano progressista di Tel Aviv rimarca che «A tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, Israele non ha ancora iniziato a fare i conti con i propri fallimenti».
Ciò che venne dopo quel giorno è storia viva: decine di miglia di gazawi uccisi. Un genocidio, per molti, un doloroso eccesso di difesa per altri. Ci vorranno generazioni perché l’odio che divide due popoli possa, forse, essere colmato. Oggi no. E sull’odio prosperano i terroristi di Hamas e i falchi israeliani. Ma c’è un Israele resiliente, una minoranza forse ma coraggiosa e attiva, che continua a credere, a battersi, per il dialogo. E che non scambia giustizia con vendetta. Di quell’Israele facevano parte i kibbutzim massacrati da Hamas, israeliani che praticavano la pace. E, ne sono certo, di quell’Israele erano parte i giovani di Nova. Riguardo ancora una volta le loro foto, la loro voglia di sorridere alla vita. Quei giovani vanno ricordati e pianti. Non solo il 7 ottobre.
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