40mila schiavi algoritmici

ANSA
Gli algoritmi gestiscono sempre di più le nostre vite, ormai ne siamo consapevoli. Sui social, dove passiamo sempre più tempo, le nostre preferenze, le nostre opinioni, le nostre relazioni vengono gestite da macchine, algoritmi, in grado di decidere per noi cosa è meglio guardare, ascoltare, conoscere, votare.
Il caso dei “riders”, persone, spesso migranti, costrette per bisogno a rischiare ogni giorno la vita su mezzi di fortuna, nel traffico delle metropoli, soltanto per consegnare ogni tipo di pasto per pochi euro, fa venire alla luce un qualcosa di molto più preoccupante: gli algoritmi sono i nuovi padroni.
Le inchieste giudiziarie e giornalistiche delle ultime settimane hanno fatto emergere un quadro infernale dietro le grandi multinazionali del food delivery che fatturano miliardi l’anno.
40mila persone solo in Italia, la cui vita lavorativa dipende dalle scelte di un algoritmo che premia e punisce in base alla performance migliore. Su questo la magistratura indaga per sfruttamento e caporalato digitale. Numerose sono le testimonianze che raccontano di consegne per soli 2,50 euro lordi, orari di lavoro anche di 10 - 12 ore, 7 giorni su 7, decine di chilometri percorsi in un giorno per guadagni irrisori che arrivano forse al massimo a 1200 euro lordi. Ovviamente siamo di fronte a finte partite IVA, che non hanno neanche le tutele del lavoratore dipendente, quindi niente ferie retribuite, niente malattia e spese di manutenzione a loro carico.
Con Rinascita, siamo andati ad incontrarli per vedere con i nostri occhi questa realtà rimasta nel buio mediatico per troppo tempo e di cui la politica si è dimenticata, legittimando di fatto un nuovo schiavismo, come se nel nostro paese non fosse mai esistito il diritto a un lavoro dignitoso e al prendersi cura degli ultimi, soprattutto se migranti. Come se fosse una battaglia troppo minoritaria e poco popolare, mentre impedire che la dignità delle persone venga violata dovrebbe essere una priorità assoluta per uno Stato di diritto come il nostro. L’uso delle nuove tecnologie richiede una riflessione profonda da parte della classe politica, perché questa rivoluzione digitale rischia di arricchire sempre di più chi la possiede e invece soggiogare chi la utilizza e schiavizzare chi è strumento di essa come in questo caso.
Il lavoro dei riders oggi non è lavoro, è schiavitù. Serve una legge che consideri queste persone lavoratori come tutti gli altri, ma che non deve essere un'occasione per lasciarle senza impiego, perché purtroppo in 40mila vivono di questo, dipendenti dall’algoritmo e non possono essere lasciate sole. Servono paghe più alte, un algoritmo controllato, i cui criteri decisori non siano oscuri e non improntati solo al massimo profitto. Si tratta di una battaglia di civiltà che la nostra Costituzione e la nostra umanità impongono di fare.