Il mio 25 aprile
Dalle macerie del fascismo, l’Italia ritrova sé stessa: non una semplice vittoria, ma la riconquista profonda, sofferta e popolare della libertà, fondamento di una nuova storia democratica.

ARCHIVIO ENNIO CALABRIA*
Il 25 aprile del 1945 significò la libertà. Una libertà sostanziale e di popolo. Il Risorgimento italiano era stato elitario. Non aveva unificato realmente il Paese. Le plebi meridionali, in gran parte, l’avvertirono simile ad una occupazione straniera. Fratture insanabili ne conseguirono. Dall’ordinamento liberale non emersero classi borghesi compatte, egemoni e innovative; piuttosto ceti politici snervati, incerti, clientelari e intimamente convinti di accettare la destra e l’autoritarismo, se all’orizzonte si fossero profilate lotte e conquiste operaie e contadine.
E così fu. Con la collaborazione esplicita della monarchia sabauda e l’accondiscendenza dei più riconosciuti e vecchi intellettuali italiani, si spalancarono le porte a Mussolini e al fascismo; al principio un regime solo formalmente rispettoso del parlamento. Poi, via via sempre più autoritario e violento. La libertà venne spazzata via dall’orizzonte nazionale. Il corpo della nazione venne ridotto ad “uno”, nella promessa di una riscossa morale, militare, geopolitica della Patria, considerata dal mondo marginale e di secondo rango. Una rivincita: l’obiettivo era l’impero. Mussolini fu la maschera grottesca, teatrale, vanitosa e smorfiosa di un’Italia ancora grandemente povera e in difficoltà; oscurata dalle grandiose scenografie che la ritraevano come il proseguimento diretto dei trionfi dell’impero romano. Tanto Hitler nella sua malvagità e nel suo orribile pensare, si connesse realmente alla parte barbarica della storia del suo popolo, trascinandolo fino all’ultimo nella tragedia della sconfitta, con le truppe sovietiche a ridosso del bunker in cui il dittatore si suicidò; tanto il fascismo italiano alle prime crepe si dissolse; diventando minoritario e velenoso, con le milizie repubblichine a spargere sangue, protette dai battaglioni tedeschi.
L’Europa e il mondo avevano vissuto un incubo. Quell’incubo, l’Italia, lo sperimentò come tragica conclusione di una storia nazionale priva dalla sua nascita, di una democrazia rappresentativa, di una partecipazione di massa, di classi definite e consapevoli della propria missione. Il 25 aprile, non fu dunque, per noi, simile ai festeggiamenti americani, pieni di entusiasmo perché la loro patria aveva sconfitto il “mostro” incombente. Né furono simili a quella “V” di Winston Churchill, come segno di vittoria contro l’acerrimo nemico tedesco; tantomeno fu simile all’epica avanzata dell’Armata sovietica, in grado di issare la bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, il centro nevralgico del terrore nazista. Il 25 aprile per noi fu la riconquista di una libertà mai goduta, mai intimamente vissuta, mai coincidente con il destino della nazione. Il 25 aprile fu libertà, per cominciare una nuova storia. Fu libertà patriottica, nazionale, democratica. Fu libertà per scrivere cose nuove, inedite sulla lavagna del futuro. Togliatti, rivolgendosi ai giovani di Salò, disse che con loro vi era stato un “fraintendimento”. Capite? Un “fraintendimento”. Vale a dire quei giovani nella loro lotta nichilista, avevano pensato di difendere i valori della nazione. E forse noi non eravamo stati fino in fondo capaci di far intendere loro che quei valori li stava difendendo la sinistra e la Resistenza, mentre venivano calpestati dagli ultimi brandelli del fascismo, venduto allo straniero.
La libertà riconquistata fu subito competizione. Nelle settimane successive le bombe atomiche di Nagasaki e Hiroshima il generale Patton comunicò la sua idea di utilizzarle contro i sovietici. Lo stesso Churchill avrebbe riflettuto sulla necessità di aprire subito il fronte con Mosca. È la storia del dopoguerra. Due mondi solidi e vincenti, l’uno di fronte all’altro, per ricostruire “tutto” in forme nuove, diverse, alternative.
L’Italia fu attraversata da questo conflitto, in equilibrio instabile, con tentativi oscuri e persino golpisti, ma incardinato nel confronto tra grandi forze politiche popolari, di massa e riconosciute dai cittadini italiani. La corda è stata sempre tesa. Ma mai si spezzò. Era stato troppo salato il prezzo pagato dalla Patria. Nessuno veramente se la sentiva di tornare indietro nella storia.
Al contrario, il carattere emancipativo della Costituzione italiana, la rivalutazione del conflitto democratico come modalità per un costante riequilibrio tra i due fondanti principi della libertà e della giustizia, la lungimiranza di una intera classe dirigente — da Nenni a Togliatti, da Ugo La Malfa a De Martino, da Moro a Berlinguer, da Craxi a Pietro Ingrao — arrivò persino a pensare nuove forme di collaborazione tra le grandi forze popolari.
Fino all’ultimo “azzardo”, quello del “compromesso storico” e di una nuova fase della democrazia italiana sorretta da due veri giganti della storia più recente, Moro e Berlinguer. Grande politica fu. Anzi, grandissima. Trovò i nemici più accaniti negli americani e nei sovietici. Il mondo era ancora diviso in due e certe sperimentazioni sembrarono mostrare un’autonomia nazionale ed europea troppo preveggente per potersi manifestare nel momento in cui sarebbe servita di più.
Insomma, per decenni abbiamo utilizzato, come il pane, le parole scaturite dal 25 aprile: libertà ed emancipazione; lavoratori, ceti borghesi e proletari; compromesso ed equilibrio; lotte molecolari e strategie di ampio respiro; sindacato; movimenti di massa; scontri territoriali e sintesi parlamentari; valori di riferimento e sagacia, prontezza nella manovra politica; difesa dello Stato contro il terrorismo e l’eversione;** antifascismo, per dire che non si torna indietro**; arco costituzionale e senso della storia, quella alle spalle e quella possibile del futuro; solidarietà, coesione sociale, capitalismo innervato dall’etica e da finalità morali; religione della Repubblica.
Religione, nei grandi partiti di massa, delle idee dalle quali si è tratto origine. E poi religione come culto del sacro, dell’invisibile, della dimensione spirituale che non costringe gli esseri umani “dalla cintola in giù”.
Ecco il 25 aprile fino a qualche anno fa: fino alla scomparsa (nella realtà della vita) di tante parole che oggi risultano vuote, prive di riferimento, suoni che rimbalzano in modo casuale.
In questo 25 aprile, nel mio 25 aprile, non sono preoccupato di qualche saluto romano che ritorna, delle sceneggiate a Predappio, di poche orride bandiere nere che sventolano ancora. Sono sgradevoli. Ma sono marginali e vogliono confondere e nascondere ciò che davvero ci deve allarmare.
Il mio 25 aprile lo vivo inquieto e come inestinguibile appiglio interiore, per resistere a qualcosa di nuovo, di inquietante e ormai diffuso: l’assuefazione alla perdita di ciò che ci ha tenuto in piedi nella ricerca del senso della vita.
Sono i vuoti che fanno male. Il pulviscolo che ci rende piume al vento. Le parole maledette, vale a dire mal dette, come rivoluzione, riformismo, liberalismo, diritti, forza e denaro, che ognuno si tira come vuole.
C’è un’assuefazione a tutto, che attraversa “dentro” anche noi democratici. È sdoganata la parola guerra. Se un tempo persino Craxi e Andreotti furono capaci di alzarsi in Parlamento e giustificare la lotta armata dei palestinesi, oggi non riusciamo neppure a riconoscere l’esistenza di quel popolo martoriato, massacrato dalla follia nazionalista di Netanyahu.
Se un tempo si cercava come obiettivo la pace, il compromesso, l’equilibrio persino del “terrore”, oggi i “volenterosi europei” si entusiasmano per la guerra. Se un tempo l’America interveniva nel mondo, anche attraverso la forza, ma capace ancora di esprimere un’egemonia ideale e culturale, oggi quel grande Paese, più fragile di quanto si pensi, disunito, scontento e violento, fa la guerra per ribadire un potere calante, un dominio in declino, una politica di pura forza connessa agli affari.
Se un tempo intervenire sulla Costituzione italiana era cosa riflettuta, aperta alla collaborazione di tutti, nell’interesse nazionale, oggi è diventato un (fallito!) tentativo politico di parte, un colpo di mano, una tigna neoautoritaria. Se di continuo muoiono i migranti in mare, non c’è motivo umanitario per salvarli, piuttosto un bonus economico per gli avvocati che convincono quelli sbarcati a ritornare indietro.
Non c’è più indignazione. Il nostro 25 aprile è riaprire i rubinetti dell’umano, dell’empatia, della fraternità, della solidarietà, della redistribuzione delle ricchezze, della partecipazione delle persone, dell’uso della tecnica e della scienza per il miglioramento dei popoli e non per il profitto di piccole élite, ricchissime e solitarie.
Il mio 25 aprile è diradare quella “linea d’ombra” che ci costringe a combattere su un terreno tremendamente arretrato. La libertà nel secondo ’900 l’abbiamo consumata voracemente, rompendo gli ostacoli che intendevano ingabbiarla.
Ma oggi il mio 25 aprile concerne una libertà che ci attraversa dentro. La libertà di sottrarsi, appartarsi, reagire alla condanna di essere solo consumatori e non cittadini, dispersi, disorientati e sofferenti.
È la libertà dello spirito. La libertà di essere moderni e pragmatici (un altro po’?) e nello stesso tempo coltivare una scissione tra noi e il presente, un appartarsi, uno spazio insindacabile e non disponibile.
Lo spazio per salvaguardare non soltanto una continuità democratica che pure va messa al riparo. Non solo quel 25 aprile che ci diede la libertà. Non solo la considerazione serissima degli esiti che possono scaturire da una vittoria dell’odierna destra, che se prevalesse avrebbe anche la possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica sradicato dalla storia costituzionale del Paese; ma anche la libertà di non manomettere la continuità biologica della nostra specie, che, sotto la superficie della storia, abbiamo saputo conservare nella vicenda umana.
Quella continuità biologica che ha in sé l’apertura all’altro, la necessità della collaborazione, l’amore per il gratuito e il bello, la sorpresa innocente verso la grazia della vita, con il suo mistero, il suo incerto destino, e la sua unicità e autenticità.
*Ennio Calabria Il pensiero nel corpo - 2010 acrilico su tela, cm. 300x200
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