25 Aprile conteso: memoria, storia e conflitto politico nell’Italia di oggi

Dalla Resistenza alla “guerra civile”: il nodo irrisolto dell’antifascismo tra revisionismo, destra di governo e difesa della Costituzione repubblicana.

Bruno GravagnuoloBattaglia delle Idee
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ANSA

Sul 25 aprile, che quest' anno cade nell'ottantesimo della Repubblica e della Costituente, pende da sempre la svalutazione e l'interdetto della destra italiana erede del fascismo. Da quella missina dei reduci di Salò, a quella post fascista erede della prima e oggi al governo del paese. È un dato evidente e anche comprensibile. Come potrebbero, infatti, gli eredi di Almirante, gerarca saloino e leader storico del Msi e della destra nazionale, plaudire alla data fondativa della Repubblica antifascista? Al più essi ostentano rispetto formale e malcelata indifferenza verso quella data, rilevando la necessità di onorare anche i caduti dell'altra parte, come ha annunciato ancora una volta Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, che si recherà a rendere omaggio anche al campo X del cimitero di Milano, dedicato ai militi di Salò. Resta dunque un enorme problema. La destra di governo, che esprime il primo ministro, non solo non si riconosce nella Resistenza e nell'antifascismo quale religione civile della repubblica, ma rifiuta apertamente di farlo tentando al contempo di modificare la Costituzione formale e materiale della Repubblica. Negandone il tratto di discontinuità con il passato, e più in generale contestando la rottura antifascista derubricando la seconda a episodio tragico di guerra civile tra due idee di patria da superare nell'alveo di un patriottismo nazionalistico post liberal democratico, e persino post parlamentare. Un rovesciamento silenzioso e palese al contempo, che trova nel premierato e nella elezione diretta dell'esecutivo la sua stella polare ideale, fin dai tempi del presidenzialismo propugnato da Almirante che rifiutava la democrazia parlamentare.

Oltre a una precisa visione populista e autoritaria, gioca qui un ruolo una idea “storiografica” ben precisa, in chiave politica e culturale. L'idea negativa di “guerra civile” che come tale è sempre stata utilizzata dalla destra e anche dal centro liberal moderato nel nostro paese, al fine di delegittimare e depotenziare l'antifascismo come ragione fondativa etico-politica della Repubblica, con tutto ciò che comporta sui fini programmatici della Costituzione repubblicana, nonché sulla memoria civile che la sostiene ed anima.

In questo senso l'antifascismo per la nostra destra non può essere né potrà mai essere un valore condiviso, talche' anche al tempo della svolta post missina di Fiuggi del 1994. il massimo che i post missini riuscirono a enunciare fu il concetto formulato da Gianfranco Fini, segretario di An, secondo il quale «l'antifascismo era sì un valore, ma solo incompleto e di passaggio, valore negativo non già affermativo». Volendo dire che l'antifascismo fu solo un necessario vuoto di passaggio alla democrazia, che come tale non recava in sé nessuna idealità antifascista se non transitoria. E valga al riguardo il costante richiamo di Fini e dei suoi successori al carattere “transitorio” della XII disposizione della Carta, confuso da lui con provvisorio o temporaneo, mentre il divieto di ricostituzione del partito fascista era definito nella Carta “provvisorio e definitivo” in quanto deliberato subito e a valere ancor prima che tutta la Costituzione fosse votata dall'assemblea. Resta, dunque, il problema: questa destra premierale e post fascista continua oggi a svalutare l'antifascismo, non solo in quanto derivazione ben precisa dell' “antifascismo italiano”, ma in nome della pacificazione della nazione e delle sue memorie, che invece l'antifascismo come guerra civile protratta continuerebbe a perpetrare. E allora è necessario ritornare proprio all'aspetto storiografico della contesa e cioè al carattere di “guerra civile” vero o presunto del biennio 1943-45 che ha diviso gli storici e ancora divide la politica, con riverberi e implicazioni pratiche decisive. Chiediamoci ancora una volta: fu davvero quel biennio una guerra civile, e se sì, fino a che punto e in che senso?

La questione come è noto fu agitata dai fascisti Pisanò e Rauti, fin dal secondo dopoguerra, in chiave rivalutativa della parte fascista sconfitta: in un conflitto nato dalla occupazione tedesca e anglo americana e nel quale, a loro avviso, gli italiani fedeli al fascismo combatterono in nome dell' “onore e della lealtà” al regime alleato del tedeschi. A sinistra, viceversa, prevalevano due posizioni. L'idea della guerra di liberazione, e quella della lotta di popolo antifascista. Da un lato lo storico Pci Roberto Battaglia, primo grande studioso partigiano sul campo, e dall' altro Luigi Longo, collocato a sinistra di Togliatti benché a lui leale, che valorizzava il contenuto “social comunista” e di popolo delle bande alla macchia, con consenso e finalità rivoluzionarie implicite. Anche gran parte della storiografia azionista da Rochat, a Foa a Bocca a De Luna, a Pavone, sottolineò questo secondo aspetto- guerra civile- che divergeva dalla impostazione di Togliatti, volta a salvaguardare il tratto unitario e nazionale della Resistenza, come liberazione dallo straniero e in coerenza con la svolta di Salerno del 1944 concepita in accordo anche con la monarchia e i liberali. Una questione a lungo sotto traccia oscurata nel dopoguerra dalla tensione unitaria a sinistra contro le divisioni della guerra fredda, e contro la riduzione della Resistenza a capitolo minore della storia, entro l'egemonia moderata democristiana. A propugnare apertamente l'idea di guerra civile restavano in sostanza Pisanò, Rauti e la destra anti antifascista, da Tedeschi e Gianna Preda a Montanelli, oltre agli storici azionisti in sottofondo.

Ma è con gli anni ‘90 del Novecento che la questione riesplode con il celebre volume di Claudio Pavone Le tre guerre. Saggio sulla morale della Resistenza, Einaudi 1991. Dentro le sue tre guerre- liberazione, civile e sociale nel triangolo rosso- la guerra civile come “guerra tra due idee di patria”, ritornava in modo clamoroso, sia pur in direzione della “rivoluzione antifascista mancata”, e della denuncia della continuità con il vecchio Stato.

Sullo sfondo e in parallelo agiva anche la storiografia di Renzo De Felice, che dopo la sua monumentale opera su Mussolini, edita da Einaudi, aveva parlato di “morte della patria” con l'8 settembre 1943: una idea rintuzzata a sinistra dai Pavone, De Luna, Foa e Bocca con l'opposta versione della rinascita di un'altra patria, antifascista, risorta proprio nel fuoco del dramma dell' armistizio a cui seguì la Resistenza. Già De Felice aveva però lanciato nel 1986 la parola d'ordine della fine dell'ideologia antifascista e del connesso arco costituzionale. Assieme alla sua indagine del Fascismo con dentro componenti originarie di sinistra, non privo di modernità e anzi da ricondurre nel processo di evoluzione post liberale della società italiana, con anche i suoi ceti medi ascendenti e germi di welfare-state, evoluzione amministrativa e consenso di massa. La “damnatio memoriae”, secondo la tesi defeliciana che sollevò scalpore, doveva finire. Il fascismo non era il “male assoluto”, anzi andava storicizzato con equilibrio; senza escludere, dunque, certi meriti e un consenso che pure ebbe sino al 25 luglio 1943, e anche dopo al nord con la Rsi. Dal che derivava, per De Felice e tutta la corte dei suoi allievi accademici e di opinione, che l'esclusione degli eredi del fascismo dall'arco costituzionale dovesse essere superata. Ciò comportava una ben precisa ricaduta politica sul fondamento stesso antifascista della Repubblica e, appunto, una riduzione di esso a ideologia superata.

Con gli anni ‘90, però, la discussione si infiamma: con la crisi della prima repubblica che segna un ritorno in grande della cultura populista e neo conservatrice italiana, che Berlusconi sdogana a ruolo di governo in antitesi alla sinistra di quegli anni segnata da un profondo ripensamento identitario e indebolita sul fronte culturale antifascista. La storia, perciò, si mostrò anche allora "contemporanea" facendo scattare un circolo passato-presente che perdura ancora oggi, benché le polemiche revisioniste di questi ultimi trent'anni, fatte di scoop e rivelazioni, sembrino sopite in certo senso. Anche perché l'ascesa al governo della destra post fascista da un lato legittima de facto quel revisionismo in politica e dall'altro compatta a sinistra le divisioni che pure vi furono e vi sono sul piano storiografico.

Restano però, oggi più che mai, le due distinte questioni, storiografica e politica, distinte ma connesse. Pertanto, che cosa fu il fascismo nella storia d'Italia? Quali le sue sopravvivenze e propaggini rispetto alla riemersione del populismo plebiscitario di destra e sovranista? E ancora, vale ancora la discontinuità antifascista come norma ideale e fondativa della Repubblica parlamentare, con la sua Costituzione universalista e pacifista? E infine, fu il biennio 1943- 45 una guerra civile e una memoria tragica da archiviare in nome di una diversa unità del popolo italiano? La ricerca su tutti questi fronti permane aperta: la stessa opera di De Felice, al di là di certi slittamenti equivoci in politica, rappresenta un patrimonio importante della cultura italiana, essendo figlia anche di indicazioni decisive del Gramsci in carcere e del Togliatti della metà degli anni ‘30 sul fascismo come modernità conservatrice, nel quadro di una “rivoluzione passiva” segnata dal consenso dopo la sconfitta del movimento operaio negli anni ‘20.

Tuttavia, oggi è ancor più necessario diradare molti equivoci sia sul tema della guerra civile, sia su quello della parità di dignità delle cosiddette due patrie in lotta nel famoso biennio 1943- 45. Ebbene, non solo quelle due “patrie” non sono equiparabili, memorie e traumi personali a parte, per via del primato etico-politico della patria democratica che instaurò col 25 Aprile gli ordinamenti e gli indirizzi da cui non si torna indietro, malgrado siano ancora oggetto di contesa. Un discorso particolare merita il tema della guerra civile, che certo vi fu formalmente con separate istituzioni e combattenti nella Patria divisa, ma che tale non fu in modo preminente. Non vi fu, infatti, una spaccatura di massa della società civile come nella Spagna del 1936-39, nella ex Jugoslavia primi anni ‘90, o negli Stati Uniti nella guerra di secessione. Inoltre, il consenso, anche passivo, della famosa “zona grigia” in quel biennio non era indifferenza o ambivalenza tra le parti, ma attesa della liberazione da una entità artificiale tenuta in vita dai tedeschi e sostenuta dalla paura e dal terrore attivo, organizzato e subalterno, contro i civili. Prova ne è il fatto che è stata segnata da diserzioni e renitenza alla leva del 60 per cento degli effettivi militari e richiamati della Rsi, come attesta proprio Renzo De Felice nell'ultimo volume, postumo, della sua opera curato da Emilio Gentile. Quella del 1943- 45, insomma, fu una “guerra ai civili”, come ha scritto lo storico Paolo Pezzino in Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. (Toscana. 1944) (Marsilio, 1997). Una guerra nazifascista dove il fascismo saloino, in funzione ausiliaria e subalterna, tentò con il terrore di puntellare l'occupazione tedesca e di suscitare una guerra civile a sua difesa. Non ci riuscì, ma suscitò solo odio e anche vendette. Rafforzando il desiderio di riscatto e di liberazione nel popolo italiano, e che fu il sentimento e il tratto dominante di quella che ieri e oggi continua a chiamarsi Resistenza.

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