1946–2026: ottant'anni di suffragio universale tra memoria e disincanto

ANSA
Il 10 marzo 1946 le donne italiane votarono per la prima volta in una consultazione nazionale: le elezioni amministrative che anticiparono di pochi mesi il referendum istituzionale e l’Assemblea Costituente. Fu un passaggio epocale: milioni di cittadine entrarono finalmente nella vita democratica del Paese, trasformando il voto da privilegio maschile a diritto universale. Quel giorno segnò non solo una conquista civile, ma l'inizio di una nuova stagione di partecipazione politica e sociale.
A ottant’anni di distanza, tuttavia, quella conquista per cui tanto si è lottato ci impone una riflessione profonda. Se nel dopoguerra il voto era percepito come uno strumento prezioso per ricostruire il futuro dalle macerie, oggi la partecipazione elettorale appare estremamente fragile. A soli otto decenni di distanza, le donne votano meno: alle ultime elezioni politiche del 2022, l’affluenza complessiva si è fermata attorno al 64%, il dato più basso nella storia repubblicana.
In particolare, solo il 62,2% delle donne è andato alle urne, contro il 65,7% degli uomini. Significa che 9 milioni di donne non hanno esercitato il loro diritto al voto rispetto ai circa 7,6 milioni di uomini che si sono astenuti. L’astensionismo femminile è stato, quindi, più alto di quello maschile, allargando un divario negli anni, che va letto con attenzione.
Il confronto tra questi due momenti storici racconta molto dell’evoluzione della nostra democrazia. Nel 1946 il voto rappresentava il traguardo di un'emancipazione; oggi è spesso considerato una semplice opzione, rischiando di essere percepito come un gesto scontato o, peggio, inefficace.
Ricordare l’ingresso delle donne nella cittadinanza politica non significa dunque limitarsi a celebrare una data simbolica, ma interrogarsi su come ricostruire la fiducia e il senso profondo della democrazia. Perché, per restare vivi, i diritti hanno bisogno di essere esercitati.