L'altro 11 settembre: la ferita della Moneda e il sogno infranto del Novecento
Il Cile del 1973 tentò di estendere la democrazia all’economia. La dittatura di Pinochet ne cancellò il progetto e aprì la strada al laboratorio neoliberista.

Archivio Rinascita
Ogni anno, quando il calendario segna l’11 settembre, la memoria collettiva dell’Occidente converge quasi istintivamente sulle sagome incandescenti delle Torri Gemelle. È una reazione comprensibile: l’attacco del 2001 ha traumatizzato una generazione, riscritto gli equilibri geopolitici globali, inaugurato guerre asimmetriche e aperto una nuova, cupa stagione della sicurezza internazionale.
Eppure, esiste un altro 11 settembre che sembra essere progressivamente scivolato ai margini del discorso pubblico, ridotto a una nota a piè di pagina o a un rito di commemorazione circoscritto. È l’11 settembre 1973. Quel giorno, i caccia Hawker Hunter dell’aviazione cilena bombardarono il palazzo della Moneda a Santiago. Salvador Allende, presidente democraticamente eletto tre anni prima alla guida della coalizione di “Unidad Popular”, rifiutò ogni proposta di resa o di esilio, trasmettendo alla radio il suo celebre discorso d’addio prima di morire tra le macerie del palazzo presidenziale. Quel giorno non cadde soltanto un governo legittimo: fu brutalmente recisa un’ipotesi storica.
A oltre mezzo secolo di distanza, il golpe guidato da Augusto Pinochet viene spesso liquidato come uno dei tanti sanguinosi capitoli della Guerra Fredda latinoamericana, un dramma regionale orchestrato con l'appoggio di Washington. Ma il Cile di Allende rappresentava qualcosa di molto più radicale e destabilizzante.
Per la prima volta nella storia contemporanea, un governo tentava di trasformare strutturalmente i rapporti economici e sociali, nazionalizzando risorse strategiche come il rame, avviando una redistribuzione della terra e promuovendo la partecipazione operaia, senza sospendere le libertà civili, senza istituire un partito unico e senza ricorrere alla scorciatoia della violenza rivoluzionaria.
La cosiddetta “via cilena al socialismo”, definita da Allende come «rivoluzione con sapore di vino rosso e pane caldo» (con sabor a empanada y vino tinto), non intendeva comprimere la democrazia per imporre l’uguaglianza, ma estendere la democrazia fino alla sfera economica.
Era una sfida che scardinava la rigida dicotomia del Novecento: a) Il modello sovietico, ancorato all’autoritarismo di Stato, alla soppressione del dissenso e alla burocratizzazione centralizzata; b) La socialdemocrazia europea, capace di edificare un solido stato sociale e redistribuire ricchezza, ma rassegnata a non intaccare gli assetti proprietari fondamentali del capitalismo.
Allende aprì una terza via: verificare se fosse possibile democratizzare la produzione e superare l'oligarchia economica adoperando gli strumenti della legalità costituzionale e del consenso elettorale.
È questa la radice profonda del terrore che l'esperienza cilena suscitò nei centri di potere globali. Se l'esperimento avesse avuto successo, l'architettura ideologica della Guerra Fredda si sarebbe incrinata. La posta in gioco non riguardava solo Santiago: parlava a Roma, a Parigi, a Madrid, a Berlino. In Italia, per fare un esempio cruciale, la tragedia cilena spinse Enrico Berlinguer a elaborare la strategia del compromesso storico, nella convinzione che una maggioranza di sinistra del 51%, da sola, non sarebbe bastata a garantire la sopravvivenza democratica dinanzi a pulsioni reazionarie internazionali e interne. Il problema, per i detrattori di Allende, non era il rischio che il Cile fallisse; il vero pericolo era ciò che avrebbe potuto dimostrare se fosse riuscito.
Per questo l'11 settembre 1973 non può essere letto come un semplice atto di forza militare. Molto prima che i carri armati circondassero la Moneda, il terreno era stato minato: il blocco dei crediti internazionali («fate urlare l’economia cilena», ordinò Richard Nixon a Henry Kissinger), il sabotaggio industriale, gli scioperi padronali finanziati dall’esterno, la manipolazione mediatica e la costruzione scientifica del panico sociale nei ceti medi. Prima di espugnare i palazzi del potere con le armi, fu condotta un'opera capillare di delegittimazione culturale e materiale.
La lezione cilena è spietatamente contemporanea: le democrazie non muoiono soltanto per mano dei generali. Muoiono quando si perde la battaglia dell’egemonia, dell'informazione e dell’immaginazione politica. Quando l'opinione pubblica viene convinta che non esistano alternative all’ordine esistente, la sconfitta della trasformazione sociale è già consumata.
C'è poi un'ulteriore ragione per cui la memoria dell'11 settembre 1973 è diventata scomoda. Dopo il golpe, il Cile non fu soltanto un teatro di orrori, torture sistematiche, migliaia di desaparecidos, campi di concentramento negli stadi, esili forzati. Divenne anche la prima vera cavia al mondo per le teorie neoliberiste dei Chicago Boys di Milton Friedman: privatizzazioni radicali, deregolamentazione selvaggia, smantellamento del welfare, realizzati a costo zero di dissenso perché il dissenso era stato fisicamente sterminato.
Se la memoria delle vittime e la denuncia dei crimini della dittatura sono fortunatamente sopravvissute nella coscienza globale, a essere rimossa è stata l'ambizione politica che animava quell'esperienza. Nei decenni successivi, con la caduta del Muro di Berlino, il trionfo della finanza globale e la conversione dei partiti socialisti e progressisti al realismo tecnocratico, l'idea stessa di modificare i rapporti di forza economici è stata archiviata come un'utopia pericolosa o ingenua.
Ricordare il Cile del 1973 costringe a porsi una domanda ineludibile per il nostro presente: è possibile trasformare radicalmente la società attraverso gli istituti della democrazia rappresentativa, oppure esistono recinti invisibili entro cui le scelte dei popoli devono per forza rimanere confinate? Non è necessario condividere ogni scelta tattica o economica del governo di Unidad Popular per riconoscere la statura storica e morale di quell'interrogativo.
L’11 settembre 1973 non appartiene al folklore nostalgico della sinistra novecentesca: appartiene al patrimonio universale della democrazia. Sotto il fumo della Moneda non è morto solo un presidente rimasto fedele al mandato popolare; è stata sepolta una delle più nobili possibilità del secolo scorso.
Ricordare quell’evento non è un esercizio di malinconia, ma un atto di lucidità politica. Perché una società che dimentica le proprie alternative sconfitte finisce inevitabilmente per scambiare il presente per l'unico destino possibile, accettando come inevitabile ciò che non è mai stato tale.
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