10 anni di Brexit: Da un’Europa data per finita, ad un’Unione ancora più forte

Nel 2016 l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea veniva annunciata come il colpo più duro inferto all’Europa, un colpo dal quale non ci si sarebbe potuti riprendere. Oggi però la realtà è ben diversa.

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ANSA

Nel processo che ha portato il Regno Unito a uscire dall’Unione Europea bisogna tenere in considerazione due date: il 23 giugno 2016, la data del referendum durante il quale una maggioranza del 51,9% votò per uscire dall’UE; e il 31 gennaio 2020, ovvero quando l’uscita si concretizzò in tutti i suoi aspetti.

Le forze politiche britanniche ed europee che al tempo promossero la Brexit promettevano un paese migliore, svincolato dai lenti regolamenti europei e libero dagli effetti migratori. A dieci anni di distanza però la realtà è ben diversa: l’economia inglese è in evidente difficoltà, la migrazione non è cessata e il paese sta lentamente rientrando in diversi programmi europei.

Il primo elemento che indica uno svantaggio acquisito con la fuoriuscita dall’Unione è relativo all’economia, dove, secondo i dati pubblicati da alcuni dei maggiori istituti bancari, il PIL britannico continua a perdere punti percentuali rispetto al valore europeo proprio a partire dalla Brexit, arrivando fino a 5 punti di distacco. Tuttavia, nell’economia di un paese il PIL non è tutto, soprattutto se comparato a quello di 27 paesi. Ciò nonostante, il distacco è evidente anche in altri aspetti che i fautori della Brexit avevano promesso che sarebbero stati migliori, in primis nello scambio con paesi al di fuori dei 27.

Secondo Jonathan Portes, professore di economia al King’s College di Londra, la Brexit ha ridotto l’economia inglese, senza che si siano registrati miglioramenti degni di nota negli scambi con gli altri paesi. Londra è quindi obbligata a sostenere una serie di costi inevitabili derivanti dall’uscita dal mercato unico europeo, oltre a ostacoli burocratici. Così facendo, le aziende britanniche non hanno più la libertà di movimento che potevano avere fino al 2020, aumentando quindi la difficoltà del commercio con i partner europei.

La situazione non varia con i partner extraeuropei in quanto, almeno fino ad oggi, i dati pubblicati nel 2026 dall’Office for National Statistics — istituto collegato allo stesso parlamento britannico — non evidenziano una sostanziale alternativa di scambio costruita dal Regno Unito con paesi esterni all’Unione.

Infine, il valore della sterlina, scesa del 10% rispetto al dollaro nel momento in cui l’uscita venne formalizzata senza mai tornare ai valori pre-Brexit, all’epoca fu il calo più violento dal 1985. Una sterlina debole comporta importazioni più costose, un aumento dei prezzi per i consumatori e un aumento del deficit di scambio.

Un altro dei motivi che spinsero metà della popolazione a votare favorevolmente per uscire furono le promesse sulla migrazione. Nelle parole dei sostenitori per il “leave”, il Regno Unito avrebbe riguadagnato il controllo totale sui propri confini, avrebbe limitato al minimo l’immigrazione, scartando gli immigrati non qualificati e puntando esclusivamente su un’immigrazione qualificata.

Anche in questo caso i grafici messi dal maggiore istituto di statistica britannico confermano il contrario, evidenziando come dopo una prima diminuzione gli arrivi hanno raggiunto picchi record dal 2023. Analizzando l'andamento dei singoli dati, si può notare come il saldo migratorio dei cittadini europei nel Regno Unito sia negativo: il numero di cittadini europei che lasciano l'isola è infatti superiore a quello di coloro che vi arrivano.

Che il Regno Unito non abbia ottenuto benefici uguali o superiori dalla Brexit è evidente, lo è però ancora di più il riavvicinamento del paese ai programmi europei. Un primo esempio è il ricongiungimento del Regno Unito con il programma Erasmus+, o anche il ricongiungimento con il programma di ricerca Horizon. Tale riavvicinamento non è solo rilevante in sé per sé, ma anche per il sempre maggiore contatto tra il Regno Unito e le strutture europee, con le quali ora Londra non possiede più strumenti adatti per una negoziazione a suo favore.

Il quadro risulta quindi molto chiaro: l’Europa, di fronte a quella che doveva essere la sua pietra tombale, è riuscita con resilienza a mantenere tutte le sue strutture, credibilità, stabilità e forza economico-politica. Con la Brexit non sono terminati gli accordi commerciali — tra i quali il Mercosur e l’Accordo di Libero Scambio con l’India — reagendo a dazi e ostruzionismo politico.

L’Unione Europea esiste ancora e tuttora rappresenta l’opzione più attrattiva per molti paesi, sia per i paesi europei che aspirano ai vantaggi economici e sociali del processo di integrazione europea, sia per quei paesi come il Canada che vedono nell’Unione un partner più affidabile e stabile di altri.

Della Brexit resta un Regno Unito che probabilmente non rientrerà in tempi brevi a causa del peso politico che comporterebbe una scelta simile; restano quelle forze politiche che fino a pochi anni fa inneggiavano all’uscita dall’Unione, e che ora invece riconoscono — pur senza rivendicare — i vantaggi e i benefici dello stare insieme; della Brexit resta l’Europa, nelle sue contraddizioni ma unita, stabile e ancorata ai suoi valori di unità, democrazia e unione.

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